intimate museum 1.0
Sep 30, 2008 in Personal projects
La corrente mancanza di attenzione alle persone nella ricerca architettonica trova anche conferme visive in quello strano oggetto claudicante cui è stato ormai ridotto il rendering, dove personaggi male ritagliati e sempre uguali si affannano in tentativi un po’ tristi di patinare immagini ripetitive e di poca tecnica. Il senso di estraneità (unica specialità comunicativa del settore architettura) inizia proprio da queste modelle ammiccanti e fuori luogo, inizia dalla prospettiva incerta e veloce cui sono costretti i soliti passanti meccanici, casuali e spesso semitrasparenti.
Strano, ma appare ormai ingenua la possibilità di una architettura che nasca dall’idea stessa di essere abitata e percorsa ed immagini di realizzare un palcoscenico adeguato a ciò che le persone desiderano essere anche provvisoriamente. Sembrerebbe possibile invece arrivare alle persone così come ci riescono la grafica, il design, la moda, le pubblicità. Più che condizionare, questi meccanismi offrono possibilità di accesso alla bellezza. Certo in un panorama culturale modificato e più lieve. Ma la bellezza passa attraverso queste modalità di produzione e comunicazione che non possono fare a meno di essere vicini alla vita delle persone, che sanno come le persone desiderano costruire esibizioni e comportamenti veloci e soddisfacenti nello spazio urbano. Ed il nostro edificio ha imparato qualcosa dai flagship buildings attraverso cui i marchi portano la loro idea di bellezza (certo anche i loro prodotti) nella vita e nelle aspirazioni delle persone. Gucci Ginza, Prada Minami Aoyama, Dior Omotesando.
Questa aspirazione verso la bellezza ha dovuto subire un ulteriore filtro prima di poter essere applicata: quello della sensibilità delle ragazze. “Devo dire che non ho particolare gusto per la moda femminile. Però guardo molto al modo in cui le ragazze si vestono. Il vestire femminile è a mio avviso il luogo in cui la sensibilità moderna raggiunge la sua attenzione assoluta.” (A. Barrie, R. Choochuey, S. Mirti: Toyo Ito. Istruzioni per l’uso, Postmedia Books, Milano, 2004).
Ecco allora un museo dove le ragazze possono registrare i propri comportamenti privati, la loro vita di tutti i giorni. Un museo intimo. Una architettura che possiede una capacità femminile naturale e profonda di dialogare con la bellezza, è questo il format che ci interessa. Un edificio dal palinsesto provvisorio e mutevole pensato sui comportamenti delle ragazze e sulla idea di bellezza che hanno in un breve momento.
